lunedì 31 gennaio 2011

A MORTE! A MORTE! A MORTE! parte 4/4

Venne il giorno, naturalmente, in cui le fratture si ricomposero, le ossa tornarono come nuove, e non senza una lacrimuccia, il nostro eroe congedò, suo malgrado, la sua brava assistente, che accettò pure un casto bacio d'addio (nonostante non ne avesse nessuna voglia e serbando con tenerezza materna, nel proprio cuore, l'istinto di spezzargli un braccio), cosa di gran lunga preferibile all'idea di doverlo assistere un'altro mesetto per frattura agli arti superiori. 
Era giunta l'ora, per lui, di cercarsi un lavoro. Non trovò granchè, all'inizio. Poi, lo presero come muratore, ma si fregava gli arnesi. Provò la carriera dell'imbianchino, ma i padroni di casa si accorgevano che lui addocchiava in modo un po' troppo interessato la roba, i quadri... sì, insomma, incominciò a sbandare parecchio. Capì che non gli restava nient'altro di meglio da fare che ritornare alla vecchia attività. E sarebbe successo ciò che doveva succedere.

Sembra incredibile, (ma cosa non lo è, in questa storia...) anche stavolta non pensò all'ingresso sul retro del palazzo. E pure stavolta ci rimise le penne una signora. Una signora, a quanto mi dicono, estremamente petulante, ed alcuni vicini m'hanno pure confessato che a quel ladro assassino gli avrebbero eretto una statua se non fosse stato di cattivo gusto, anche se un partito continuò a proporre la cosa adducendo come motivazione il fatto che il ragazzo era pure stato scelto dal Signore e che per sillogismo Dio stesso lo aveva spinto ad assassinare quella seccatrice; si decise per il sondaggio: la statua non si fece.

Venne ri-condannato a morte.

Si ri-ammalò.

Lo impiccarono.

Perchè, vi chiederete, io non ho provveduto a trovargli anche un buon lavoro, dopo avergli pagato le cure? Ritengo d'aver agito così, sappiatelo, per generosità, per solidarietà. Sì, infatti... mi spiego... immaginavo che sarebbe andata a finire così ed ho pensato che anche altri mariti disperati come me, meritassero il dono che io ho ricevuto da lui: la vedovanza.

domenica 30 gennaio 2011

O SOLE!

CORO: Piangiamo per te, o Sole, perchè quando Apollo ti solleva dall'orizzonte è troppo tardi perchè tu possa gioire delle ombre della notte e/o della frescura.
ANZIANO SAGGIO: Piango per te, o Sole, perchè varcando il cielo, non puoi godere della visione delle stelle e della sorella tua, la Luna.
SOLE: Vi ringrazio, amici terreni, caduchi, escatologici e piangerecci.
C: Piangiamo per te, o Sole, che perennemente ardendo, il tuo incadescente manto, mai conosce sollievo.
S: Dimmi, allora, vecchio saggio... dovrei io non essere o essere sempre?
AS: Essere sempre!
S: Oh, essere...
C: Essere è un fracco più divertente che non essere!!!

Passa canticchiando, nel frattempo, una giovane dalla candida pelle e dal nobile portamento. Poi prende a correre ed il sussultar della sua chioma ricorda il pulsar d'un cuore, o lo schiudersi continuo d'un rosso fiore.

S: Sei bella e giovane. Qual è il tuo nome?
RAGAZZA: Il mio nome è Selene.
S: SELENE! Sorella mia che invano ho cercato dall'est all'ovest dalla notte... o per meglio dire... dall'alba dei tempi! Che ora le lacrime di gioia estinguano il mio fuoco, che Zeus mi getti pure nell'Ade, ma... ma... da ora, io da ora non mi sposterò vieppiù da qui, m'inchioderò allo zenit, piegherò la volontà d'Apollo e le assi del suo infernale carro! Chiamate Atena! Che giudichi! Oh, che le aquile affondino pure il loro becco nel mio fegato, io rimarrò incatenato al cielo!
C: Tu non trovi chi cercavi...
AS: Costei non è tua sorella...
S: Allora chi sei, Selene, luce delle notti (di mio riflesso, si capisce) ?
SELENE: Io... sono... si potrebbe dire che pratico un mestiere antico quanto il tuo...
SOLE: Ed illumini le tenebre degli uomini? Condizioni maree ed umori?
S: Beh, si potrebbe dire, in un certo qual senso...
AS: Essa, o mio Sole, è una meretrice!
SOLE: Molto bene, buon vecchio... e questa meretrice, come tu la chiami, non appare forse luminosa nell'oscurità e mobile e di cangiante aspetto?
C: Essa cammina, non vola in cielo come la vostra amata sorella...
AS: E solo sui marciapiedi!
SOLE: E non è forse marciapiede questo divino tappeto per tutti noi astri che Giove stese per amor dell'umanità?
C: Come dire...
AS: Il vostro pensiero va rannuvolandosi...
SOLE: Per tutti gli Dei! Le previsioni avevano messo bello per tutto il giorno... Numi! Non ci si può più fidare!

sabato 29 gennaio 2011

A MORTE! A MORTE! A MORTE! parte 3/4

Si ritrovò, così, solo soletto nel suo monolocale di proprietà, pronto a questa morte quanto lo era per quell'altra, quando all'improvviso sentì suonare il campanello di casa. Erano un dottore ed una giovane infermiera. Gli dissero che un anonimo aveva provveduto a fornirgli cure gratuite per tutto il periodo in cui sarebbe rimasto malato. Fino alla morte, per dirla in tre parole.
Sulle prime, stupito, meditò di rifiutare e di rispedire a casa quei due con un calcione nel sedere, ma alla fine accettò, per avere almeno della compagnia. Infatti l'infermiera belloccia passava diverse ore tutti i giorni ad assisterlo, e a lui non dispiacque, per i primi tempi, simulare un certo aggravamento che gli avvicinava la signorina. Passato questo breve periodo, però, l'aggravamento fu reale e sensibile e lui proprio non la trovò più la forza per scherzare. Chiedeva in continuazione all'infermiera di confessargli, ora che gli mancava così poco, chi fosse il suo misterioso benefattore. Lei non glielo disse mai. Questo lo so di sicuro, di prima mano, in quanto il misterioso benefattore ero proprio io.

Sembrava fossero giunte le ultime ore. L'infermiera chiamò il medico. Si era creato un certo rapportino, fra loro, negli ultimi tempi: lui generalmente agonizzava e lei normalmente si faceva le unghie (forse fischiettando). Il dottore non arrivava. Il malato tossicchiò, rantolò, si dibattè, tirò le gambe e – a quanto sembrò all'infermiera – rese l'anima al signore. Lei fece per coprirgli il volto, quando lui, raccolte chissà dove – dall'inferno da dove era rimbalzato, forse – tutte le forze residue, saltò su come uno zombie a molla e la prese alla gola. Lei gli allungò uno sganassone micidiale che lo ribaltò due volte, gettandolo a terra. Nel frattempo era giunto il medico, che, fattosi un'idea sommaria dell'evoluzione del quadro clinico ne constatò due probabili fratture e lo inviò al pronto soccorso, dove confermarono le due fratture. E nient'altro. La malattia mortale era scomparsa, svanita, sparita – puf – non c'era più.
Miracolo.
Proprio così, dopo la grazia, il Miracolo.
Non ci si poteva credere. Beh, continuai a pagargli le cure anche finchè non si rimise dalle fratture. D'altra parte mi sentivo un po' in colpa, l'infermiera avrei dovuto sceglierla un pò meno emotiva e manesca.

L'opinione pubblica si ri-divise. Una buona percentuale chiedeva che fosse rimesso in carcere, visto che tutto sommato era stato graziato solo per il fatto che doveva morire... un'altra fetta di “pubblico” riteneva invece che la grazia ormai era stata data e tanto meglio per lui se era guarito, era un fatto miracoloso e bisognava esserne solo contenti. Quel Dio che l'aveva punito, anche lui, adesso, decideva di graziarlo; idea che non mancò – e figuriamoci – di generare, in una piccola, ma estremamente pericolosa, fetta di pubblico, una sorta di delirio mistico che la condusse a far pellegrinaggio al monolocale di proprietà, in centro. Più di una volta, a quanto pare... l'infermiera dovette menare le mani. Inutile dire che sto ancora pagando le cure di parecchie sventurate pie signore.

venerdì 28 gennaio 2011

CHE BARBA, E' MORTO DOSTOEVSKIJ !!!

Colgo l'occasione dell'anniversario della morte di Dostoevskij (28 gennaio 1881), per affrontare scientificamente un luogo comune che lo riguarda. A tutti noi, almeno una volta nella vita, è capitato di sentire a proposito di questo grande romanziere russo: “Ah! Dostoevskij, che barba!”, non, però con il tono dell'adulazione tipica di un tricofanatico, bensì in questo senso: ”Quando leggo Dostoevskij, mi viene una barba lunga così”, magari concludendo l'esclamazione si accompagna il tutto con un gesto delle mani, che, dipartendosi dal mento, discendono verso l'ombelico e più giù, allusive, separandosi ed arrotondandosi. La prima cosa che ci sentiamo di far notare, è che la barba biforcuta era tipica di Tolstoj, ma forse per il grande pubblico, i barboni sono tutti uguali, o forse sono i romanzieri russi ad esserlo. O i romanzieri russi col barbone. Comunque... La replica corretta, a mio avviso, a tale affermazione, sarebbe la domanda: “Ma esattamente, quanto lunga?”. E' ciò che grazie alla mia decisiva ricerca sarà ora rivelato al grande pubblico. Considerata la lunghezza dell'opera di Dostoevskij in pagine, il ritmo di crescita del pelo facciale e la velocità del lettore medio, ho così compilato questa tabella precisissima. Già che c'ero, però, volendo esagerare, ho posto a confronto Dostoevskij e Tolstoj, due che spesso sono stati contrapposti per questioni letterarie più futili e che è giusto che se la vedano anche in questo cruciale settore.

                                                                                                                        DOSTOEVSKIJ                             TOLSTOJ
Lunghezza barba (1)                                         10,8 cm                                     14,2 cm
Lunghezza massima romanzo(2)                800/0,26                                 1638/0,54
Lunghezza media romanzo                           471/0,15                                  522/0,17
Lunghezza totale romanzi                             5658/1,88                            4180/1,39
Lunghezza massima racconto                     122/0,04                                 160/0,05
Lunghezza media racconto                           51/0,01                                   25/0,008
Lunghezza totale racconti                             1027/0,34                              1750/0,58
Lunghezza totale opera (3)                           6685/2,22                            5930/1,97
Media totale                                                        196/0,06                                76/0,02

(1) Abbiamo aggiunto anche questa voce di spareggio, non si sa mai. Per calcolare la lunghezza della barba dei due romanzieri, basandoci sul repertorio fotografico a disposizione, abbiamo ottenuto una media delle varie lunghezze alle varie età, sfruttando la tecnologia di un potente scanner foto-biometrico che ha rilevato tali dati partendo dal labbro inferiore per giungere al punto estremo della peluria. Non sono state prese in considerazione fotografie oscenamente glabre.
(2) Si intende, per esempio, in queso caso: 800 pagine, leggendo le quali la vostra barba crescerà di 0,26 mm.
(3) Si sono prese in considerazione solo le categorie “Romanzo” e “Racconto”, per creare equilibrio, in quanto Dostoevskij non scrisse per il teatro o per insegnare l'Abc ai contadini, e Tolstoj non scrisse il Diario di uno scrittore. (Per leggere il quale, per la cronaca, vi crescerebbe la barba di 0,46 mm.)

Possiamo quindi concludere, con il risultato finale di Tolstoj 5, Dostoevskij 4, che:
a) Tolstoj fa venire una barba lunga così, più di Dostoevskij;
b) Che quando andremo a dire: “Ho letto i fratelli Karamazov/Guerra e pace e m'è venuta una barba lunga così”, alla domanda: “Ma quanto lunga?” potremo rispondere con certezza: “0,26/0,54 mm.”
c) Che molto probabilmente, volendo prendere in esame il romanzo di Dostoevskij “Il giocatore”, esiste la fondata ipotesi che cresca più barba al lettore di quanto non sia cresciuta all'autore durante tutta la stesura del medesimo.
d) Che leggendo questo articolo, la vostra barba nel frattempo è cresciuta di circa 0,00072 mm.


Avvertenza: Lavoro eseguito da esperti del settore: non provate a replicarlo a casa vostra!

giovedì 27 gennaio 2011

A MORTE! A MORTE! A MORTE! parte 2/4

Il cadavere della donna venne ritrovato subito dopo da un giovane, con il quale, come si dimostrò, la signora si sarebbe dovuta incontrare a casa, dopo aver finto d'uscire per recarsi al lavoro ed essere rientrata dall'ingresso posteriore, ingannando così marito e ladro. I sospetti caduti sull' amante e sul marito, si dissolsero subito: il ladro, o meglio, ormai, l'assassino, aveva lasciato le impronte sull'arma del delitto. Colpa della routine. Abituato com'era a portarsi le proprie impronte con sé, appiccicate agli oggetti sottratti, al momento non trovò la freddezza necessaria per accorgersi che quella volta le impronte se le era lasciate dietro. Confessò al processo – cosa di cui sembrò vantarsi, come farebbe un mercante d'arte per aver smascherato un falso - d'aver trovato però l'istante di lucidità sufficiente a realizzare, invece, che l'arma del delitto, brandita a casaccio, non era di nessun pregio e che non valeva assolutamente la pena di sottrarla. Che strana, la vita, a volte. Già.

Comunque, eccolo là, nella sua cella nel braccio della morte. Come se la passa? Discretamente, direi. Era certo della propria morte anche prima della sentenza, questa certificazione non lo angoscia più di tanto. Solo un gran bruciore di stomaco gli rovina un po' le giornate. Pensa che sia colpa della cucina del carcere. Ma un giorno ha uno sbocco di sangue. Lo portano in infermieria. Lo esaminano. Gli diagnosticano un brutto male. Due, tre mesi di vita al massimo. Ecco. Un'altra condanna a morte. Una dietro l'altra. Che tempi! Beh, neppure questa lo sconvolge più di tanto. Si direbbe un fatalista, questo ragazzo!

La notizia sconvolge invece l'opinione pubblica. Si dice che non avrebbe senso condurre alla forca un uomo che dovrà morire comunque a breve. E che oltretutto presto sarà pure ridotto alla totale impotenza. E sia. Si riuniscono magistrati e giureconsulti, tutti i gran signori delle leggi. Si pensa così: l'abbiamo condannato a morte per vendicare la società, ma se questo ci muore per i fatti suoi, è possibile immaginare, per chi ha fede, che la sentenza fosse così giusta che l'esecuzione sarà addirittura d'origine divina. Non si dimentichi che soffrirà molto di più di quanto noi, per legge, potremmo farlo soffrire; non si tralasci che l'impiccagione risulterebbe ora quasi un atto di pietà, un'eutanasia, assolutamente contraria all'idea di vendetta sopracitata e per giunta illegale; si aggiunga che sarebbe anche un piccolo risparmio per la comunità levarcelo di torno... sia graziato. E grazia fu. 
E così venne scarcerato, morente. 

mercoledì 26 gennaio 2011

IL LIBRO sCONSIGLIATO


J.K.HUYSMANS : CONTROCORRENTE (1884)

La critica colloca “Controcorrente” tra i classici (un giorno, l'asteroide dei classici si schianterà sulla terra cancellando finalmente l'umanità), la pietra miliare della transizione tra il quadrato realismo e l'inquieto decadentismo, insomma, una vera porcata.
La "Salomè" di Moreau, part.,
quadretto che Des Esseintes si teneva
nel salottino buono.
La trama: Des Esseintes, il nostro protagonista, al culmine di una vita dedicata a dissolutezze oppiacee et meretricee, ovvero tutto quanto tradizione vuol essere confacente a lenire il metropolitano spleen (male endemico per i letterati francesi del XIX sec., che in italiano si traduce con smaronatura globale), prende a rifiutare il Mondo, disgustato, e lo fugge. Si compra la villona in campagna, si affitta due-tre schiavi e prima d'accorgersi d'essersi rinchiuso con la compagnia peggiore che gli potesse capitare - sé stesso - prende a compiacersi della sua collezione. Di che? Oh, non preoccupatevi. Huysmans ce ne farà la lista. Sì, perchè da questo punto in poi, il romanzo diventerà un catalogo di tutto ciò che la casa del Nostro contiene. Un esempio... nel capitolo III, 14 pagine nell'edizione sotto mano, parlando della biblioteca di casa Des Esseintes, cita: Virgilio, Omero, Teocrito, Ennio, Lucrezio, Macrobio, Pisandro, Catullo, Ovidio, Orazio, Cicerone, Cesare, Sallustio, Tito Livio, Svetonio, Tacito, Giovenale, Persio, Tibullio, Properzio, Quintiliano, i due Plinio, e non mancano Stazio, Marziale di Bilbili, Terenzio e Plauto, Lucano e Petronio. E: Frontone, Aulo Gellio, Apuleio, Minucio Felice (definito soporifero, da quale pulpito!), Tertulliano, san Cipriano, Arnobio, Lattanzio (pastoso), Commodiano di Gaza, Ammiano Marcellino, Aurelio Vittore (e che? Potevano mancare?), Macrobio, Claudiano, Rutilio, Ausonio (e Paolino, il suo allievo), Juvenco, Vittorino, Ilario di Poitiers, Ambrogio, Damaso, Gerolamo, Sidonio Apollinare (pensavate se lo fosse dimenticato, eh?) Merobaude, Sedulio, Mario Vittore, Orienzio (voi direte: ma Orienzio chi? Orienzio, vescovo di Auch), Draconzio, Claudio Mamert, Avito di Vienna, Ennodio, Eugippo, Veranio di Gévaudan, Aureliano e Ferreolo, Rotero d'Agde (chi è costui? Uno storico. La sua opera è andata perduta, però, cavolo!), Fortunato (e pure vescovo di Poitiers), Boezio, Gregorio di Tours, Jonas, Beda il Venerabile, non manca il monaco anonimo di Lindisfarn, Defensorio, Baudonivia, e: Adelmo, Tatwine, Eusebio, san Bonifacio, Alcuino, Eginardo (e simili), anonimo di San Gallo, Freculfo e Reginone, Abbone il Curvo (per distinguerlo da Abbone il Rettilineo), Walfrido Strabone, Ermoldo il Nero, Macro Florido...... e insomma... c'è da divertirsi.
In un capitolo, nomina anche gli scrittori contemporanei. Fra questi Des Esseintes ama soprattutto Mallarmé, che, probabilmente sentendo di doversi sdebitare, scriverà a Huysmans una delle poche cose positive che i suoi contemporanei diranno di questo romanzo, e sentite in quali termini: “In tutto ciò, (…) la forza della sua opera (che sarà tacciata d'immaginazione demente ecc....) è che non contiene neanche un atomo di fantasia: lei è riuscito (…) a mostrarsi più strettamente documentario di chiunque altri, a utilizzare esclusivamente fatti o rapporti reali...” Sì, insomma, grande entusiasmo. Poteva chiudere la lettera con un bel “ps: per il prossimo romanzo, copiati le paroline in grassetto dell'enciclopedia.”
Sì, perchè ogni capitolo ci parlerà diffusamente di tante altre cose, un capitolo i colori, uno i profumi, uno i quadri e i pittori, uno le piante ed uno le baldracche, eccetera, eccetera, ma non arriverà mai, purtroppo, il capitolo che parla delle pistole di casa, e del fatto che sarebbe più che opportuno che il nostro protagonista se ne avvalesse al più presto rivolgendosene una contro di sè.
Non manca, ammettiamolo, anche un pò d'azione: Des Esseintes ammazza una tartaruga, non parte per un viaggio, tenta di traviare un ragazzino, spera che lanciando un tramezzino in mezzo ad un gruppo di bambini scatenerà un parapiglia che lasci morti e feriti, Des Esseintes ha il cacone.
Insomma: un Classico. Quando qualcuno scriverà Controcorrente 2, volendo includere nel catalogo della libreria del suo protagonista anche Controcorrente di Huysmans, ne darà questa definizione: una palla pazzesca.
Avvertenza: Non vi venga in mente di attaccare questa recensione facendo notare come, in poco più d'un paio di paginette, ci sia un elenco lungo così di nomi! 

martedì 25 gennaio 2011

A MORTE! A MORTE! A MORTE! parte 1/4

I giurati rimasero riuniti per sei minuti, il tempo per prendersi un caffè, poi, rientrati in aula, stiracchiandosi, consegnarono la sentenza al giudice che, calato con noia evidente il martello, decretò sbadigliando la sua condanna a morte. Lui, il reo – confesso, sia chiaro – apprese la notizia con una certa rassegnazione. Non s'aspettava certo altro e non ci si poteva aspettare di meglio anche perché – diciamocelo – l'avvocato difensore non era quel che si direbbe un genio. Mi sento di aggiungere che il condannato, dato il suo carattere, non avrebbe certo preferito un ergastolo rispetto alla forca. Ricordando la lunga lista di precedenti e l'apparentemente insensata aggravante della crudeltà sulla vittima, ci rendiamo infine conto che la condanna fu l'unica possibile.


Se poi è vero ciò che disse l'imputato, nella sua breve dichiarazione a fine processo, che s'era dato al crimine per tirare a campare, di certo l'impiccagione gli avrebbe risolto il problema. Insomma, senza esagerare, possiamo dire che tutto sommato, alla fine del procedimento, si sentì piuttosto sollevato.
In attesa d'esser sollevato dalla corda.

Era un ladro, lui. Un ladro d'appartamento serio, però, non uno di quelli che d'estate t'entrano dalla finestra, arraffano quel che possono e poi, quando gli appari davanti in mutande, agghiacciante nella luce giallina del corridoio, loro, d'istinto ed in mancanza di meglio da fare, ti spaccano la testa con una chiave inglese.
Lui, quando pensava che ne valesse la pena, stava anche settimane appostato davanti ad un'abitazione. Studiava tutti i movimenti, le abitudini degli inquilini. Conosceva, alla fine di quest'osservazione, l'orario dell'uscita, del rientro, il giorno in cui venivano degli ospiti ed anche l'ora ed il giorno in cui sarebbero potuti arrivare. Tanto che avrebbe potuto benissimo, una sera, telefonare a quella gente e dir loro: è meglio che non vi rilassiate troppo dopo cena, vedrete che verrà a trovarvi il tizio col macchinone, stasera si porterà un'amichetta, quella bionda.
Una roba seria, insomma.
Quel giorno – quel giorno fatale – entrò sicuro, dunque, in quella abitazione, senza esitazione alcuna. Ma contrariamente a qualsiasi certezza aquisita da tanta esperienza ed osservazione, e nonostante fosse piena mattina, gli capitò di scontrarsi con la signora – in mutande – agghiacciante nella luce giallina del corridoio.
Lui, che non era un improvvisato, non pensò neppure di brandire un soprammobile qualunque e di calarlo con violenza sul cranio della donna. A quanto disse al processo, e, a questo punto, vale la pena di credergli, non pensò neppure di colpirla. Freddamente, capì che, rimasto nell'ombra com'era non sarebbe certamente stato riconoscibile e avrebbe potuto certamente girare i tacchi e filarsela. E chiuso il discorso.
E la signora sarebbe rimasta là, in mutande, in corridoio, con tanto di punti esclamativo e di domanda sospesi sopra alla testa.
Invece no. La colpì. E la colpì ancora ed ancora. In modo insensatamente feroce. Esagerato. Apparentemente, almeno. L'accusa, al processo, ipotizzò che tutta questa ferocia gli scaturì dal suo orgoglio ferito di gran ladro. Cioè: scoprire che tutta quello studio fatto, l'esperienza di anni, tutto quell'immane lavoro fossero completamente inutili. Che da gran ladro che si sentiva fino ad un minuto prima, si ritrovasse strapiombato al livello di topo d'appartamento estivo. Una cosa che non seppe accettare ed eccetera eccetera ecco ecco... roba da avvocati, che però lo spinsero fino al cappio.

lunedì 24 gennaio 2011

DIFFERENZE






La differenza fra uomo e ciclope,
è che il ciclope
ha una sola O.

giovedì 20 gennaio 2011

DE LEAR-HUME, n.1: FUOCO-TERRA

Il fuoco era acceso ed il cielo era spento. Livido pomeriggio.
Il ghiaccio assediava le nostre case. Improvviso, il cambio di scenario:
croste di muro cadevano dalla cappa del camino nel fuoco. Pensavo che la terra scuotesse la casa, ed invece: raspando, lottando, aggrappandosi, cadendo -senz’ali che tenessero- nel fuoco due uccellini neri di fuliggine che avevano scrostato di becco d’artiglio e di piume, fra le fiamme dalle fiamme fuggivano ed il cielo terso dietro alle finestre era il loro miraggio ed in fuoco si lanciavano contro alla lastra impenetrabile, instaurando l’inferno nella sala, le tende bruciavano e loro allucinati panciainaria sul pavimento ormai implumi carbone nei polmoni con l'ultimo sguardo al cielo, ormai lontano, troppo lontano, si dibattevano ancora, cinguettavano rochi isterici e sfasciati.Vivi.
Fuoco. Fumo. Dappertutto.
Dalla cantina scappavano i topi e dietro di loro fuggivano i gatti e poi i cani e poi i savi e le donne col bastone e gli uomini col fucile e poi i simboli i sindaci dalla cantina scappavano, seguiti dai magistrati, davanti ai re agli dei ed agli enti sconosciuti che appiccavano fuoco col solo sguardo.
Tutto era bruciato quando mi risvegliai e respiravo cenere.
Scansavo macerie e travi ed il piano di sopra e tutto, che tutto era bruciato, scansavo per uscire, il gatto appollaiato sul pilastro intatto delle fondamenta fissava il gatto morto sul ciglio della strada, pancia aperta che arrivava fino al fiume, e che sorridente, mi diceva : “Non ti preoccupare per me non mi piangere sono solo uno scarafaggio vedi la mia carne è corazzata rimbalzo agli urti guarda non mi rompo non mi apro, le mie interiora adesso sono insetti e volano, volano lontano nel cielo, volano e sai, non muoiono. Cosa vuoi farci, non muoiono !”
Nel pugno ho sei mosche . Che bella fiaba, che bella fiaba mancata per un pelo !
Ed eccolo verme gigante appostato quasi per caso al cumulo fumante : “E’ meglio che nessuno sappia che io ti sto dicendo queste cose" e s’accerta che solo io possa sentirlo  "ad est l’orso rimonta la tigre ferita, a nord stella polare in crisi -pericolo magnetico- ad ovest l’aquila plana, strano a dirsi, ghermisce. Guarda a sud : masse in fuga !”
Migliaia di formiche fuggono impazzite da nuovi camini che spuntano sulla superficie del pianeta cenere.
L’intero palazzo di carte antiche è bruciato, il boss è ferito gravemente, le scorte per l'inverno irrimediabilmente perdute. 
“Mi si è inaridita la saliva in bocca... E’incredibile,vero ? Lingua secca mi si spezza. Vai... vola nell’areamedia e lì procurati il calice... l’organizzazione ti farà avere nostre notizie... il posto è immediatamente a nord dell’ospedale dei ragni che sputano mosche... dei bachi santi e ballerini”
Il calice è rozzo ed ossidato. E tutti mi volevano far credere che fosse splendente e luminoso e che bevendovi il sole sarebbe sempre stato alto nel cielo. “Il muco saliva di lumaca che è in me -prese a parlare il calice- devi berlo tutto e devi appoggiare le tue labbra sulle mie e leccare il bordo. Caccia a fondo le tue dita nel mio interno, raschia. Non lasciare nulla.”
Ero steso, terra sulla terra. Ciò che mi diede la vita me la toglieva.
Terra. Fuoco. Terra bruciata.
Seppellivano gli assassini sotto al corpo della propria vittima.”

mercoledì 19 gennaio 2011

O: L'INFINITO

Tutti i diritti vanno agli ovviamente defunti tre Stooges, alla voce del compianto Gassman, alle parole del prematuramente scomparso Leopardi Giacomo.

Il dovere, mio, è quello di ammettere la responsabilità d'aver messo insieme quest'idiozia. Ovviamente, me ne vergogno.



martedì 18 gennaio 2011

1 (O/E -1 E QUINDI -1/0)

Il mio corpo è uno
      E mi è già di troppo
                        Checché ne dica
      Chi vuole corpi sempre
Per allungarsi ancora.
                
                 Ed uno spirito grave
         Che certa carne tende,
D’inerte peso – odio –
         Che sfrutta passato
                    Inciso sulla pelle. 

lunedì 17 gennaio 2011

OMEGA. UN DIALOGO SENZA -

(Dal giogo) - Signore ... guardi,signore.... mi vogliono tagliare la testa...
(Dalla strada) - Caro il mio giovane, avranno le loro porche ragioni, è vero...
- La verità è che il Creatore mi ha pensato incompletamente ed il Plasmatore ha lasciato passare il progetto senza tanto controllare, sa...è gente che si fida, capirà, a quel livello...
- Che dici, inetto bestemmiatore ?
- La verità signore è che mi tagliano la testa perché non posso cantare le lodi del ... del Padre...
- E perché non potresti, disgraziato ? ! Tu non vuoi. Chiunque abbia fede e buonsenso, è vero, si genuflette di fronte alla verità inaccertabile ma sicura del santo dogma dell’Anima Pellegrina ed eleva canti, tesse lodi all’infinito, cosicchè poi l’anima che ci possiederà nella carne e nello spirito, potrà trovare un insieme puro e pronto al massimo premio - quel premio, ci siamo capiti- se tutti agissero così santamente non ci sarebbero più certo anime da punire ...
- L’anima ... signore, non se ne vada ... sono gli ultimi momenti, sono un esempio pubblico, lasci che le parli ... dicevo : l’anima che verrà in me troverà però un corpo senza testa...
- Questi sono affari tuoi.
- Tutto perché sono nato con una malformazione che m’impedisce l’uso delle parole che incominciano con la lettera -
- Che lettera ?
- La -
- La ?
- La...
- Forza ragazzo !
- Se mi venisse non sarei qui, signore.
- Fatti capire allora per Dio, mima, fai qualcosa !
- Vede attorno a me ? E’ tutto un giogo, non riesco a dare il meglio.
- Mi vuoi forse dare dell’ignorante ?
- Ma no. Quella, insomma, la lettera che serve tanto ai sacerdoti.
- I sacerdoti sanno usare con naturalezza ogni lettera del creato e non ne hanno certo una dall’uso più significativo dell’altra.
- Eppure uccidete colui il quale ha chiaramente impresso in sé il segno del Gran Progenitore.
- Nell’imperfezione, minuscolo eretico piangereccio ?!
- Sì. Nell’infinito essere. In me si rispecchia la Distrazione !
- Sei una persona pericolosa. Tagliarti la testa è il minimo. Mi pento di essermi fermato così a lungo.
- Il mio boia sarà un logopedista frustrato.
- Questo lo credo. Lo siamo tutti, se abbiamo fede nell’Anima Pellegrina.
- Il VUOTO del TEMPO PRIMORDIALE era incompleto. Se c’era infatti IDEA CREATRICE, era vuoto meno idea. Quindi il TUTTO della FINE COMPIUTA sarà incompleto. Sarà infatti tutto meno idea. Quell’idea bruciata tra l’Alfa e la Beta. Io sono questa distrazione. Io sono Omega.
- Il Tutto senza testa !
- Sì, perché io sono il TUTTO meno ciò che è marchio di CREAZIONE. Io sono la prova. La      prova per la FEDE. Io sono il figlio ingrato che non ha parola per ringraziare il PADRE GENITORE, perché per quanto lo vorrebbe, il suo stesso padre, ha tenuto per lui il timbro dell’Omega.
- Una creatura che non sa ringraziare chi l’ha fatta è buona solo per essere mangiata.
- E se il padre fosse colpevole ?
- Tu sarai senza testa.

venerdì 14 gennaio 2011

BUON COMPLEANNO, MARA!

Non s'irrigidisce il tuo volto -
Non s'intestardisce, non ricorda
La smorfia,
Il disgusto.

Il tuo cuore disegna la via
Ad un sorriso nuovo,
Che strappa le radici al buio,
Uccide la notte.

giovedì 13 gennaio 2011

JAMES JOYCE E' MORTO!!!

Bene diceva Bene Carmelo: dopo l'Ulisse non dovevamo più scrivere libri, ma fermarci tutti a riflettere sul futuro della letteratura e a rileggere i classici.

Nato a Dublino, James Joyce moriva il 13 Gennaio 1941 a Zurigo. In quella Svizzera dove sfuggiva una guerra di cui non vide la fine. Quella guerra terribile che coinvolgeva i suoi compatrioti, gli europei: figlio di Yeats, fratello di Svevo, padre di Beckett; Trieste la casa degli amici, Parigi il circolo culturale. E per quanto Dublino, dopo un purgatorio culturale impostogli fino agli anni '60, tenti ora di riappropriarsene lusingata dal “tourismo” Bloom-Joyciano, nelle pagine di Joyce riecheggia ancora il suo rifiuto per quel catto-nazionalismo che aveva abbandonato, affermandosi come il più grande scrittore europeo del '900.


E lenta la sua anima s'abbandonò mentre udiva la neve cadere lieve su tutto l'universo, lieve come la loro definitiva discesa, su tutti i vivi, su tutti i morti.”
(Da “I morti”, in “Gente di Dublino”)

mercoledì 12 gennaio 2011

SIRENE

I palazzi. Soprattutto quelli più alti. Si piegano – al mio passaggio, fino a sfiorare pendenze pericolose, verso di me. Non sono inchini. Non è rispetto. Lo fanno per spiarmi: è sospetto.
Vivo vicino ad un ospedale, e, poco lontano, c'è la casa di mia madre. E' una donna... un po' apprensiva. Ad ogni passaggio d'ambulanza a sirene spiegate – ed in questa stagione torrida è cosa che avviene in continuazione - (che sia all'andata o al ritorno, mamma non capisce se il soccorso sia appena partito o stia tornando – sì, mia madre vive all'oscuro dell'effetto Doppler) mi chiama al cellulare. Oh... sì. Giorno e notte. E' piuttosto... stressante. Vuol sapere se l'ambulanza ha preso me. Così, ogni volta che sento rimbalzare da qualche parte il suono della sirena, prendo il telefono dalla tasca, e non dandogli neppure il tempo di squillare, rispondo:
No, mamma. Sto bene. Non ti preoccupare.”
Bene, è ora che mi rimetta in cammino. Uscito dalla zona residenziale, gli edifici riassumono la loro naturale posizione. È un fiore che si schiude, per un istante, la piazza.
Vado verso la periferia.
All'orizzonte il cielo si scioglie sull'asfalto.
Una sirena.
Col cellulare in mano, già pronto, esco dalla città.
Tace, il telefono, ostinatamente.
Poi lo getto. Era ora.
Non servirà piu:
è evidente: l'ambulanza se l'è presa.


martedì 11 gennaio 2011

OH! DILEMMA!



Essere 
può anche dimostrarsi divertente, 
ma non essere, 
è davvero rilassante.